Ci sono notizie che non dovrebbero mai diventare attualità.
Non perché non vadano raccontate, ma perché non avrebbero mai dovuto accadere.
La tragedia di Crans-Montana è una di queste. Una notizia che scuote, che lascia sgomenti, che interroga. E mentre le indagini faranno il loro corso, chiarendo responsabilità, dinamiche e concatenazioni di eventi, una verità può già essere detta con lucidità e senza forzature: i materiali utilizzati sono stati una concausa determinante. Non l’unica causa, ma una di quelle che trasformano un incidente in una strage.

E quando si parla di materiali, improvvisamente il confine tra “là fuori” e “qui dentro”, tra una tragedia alpina e le nostre case, diventa molto più sottile di quanto immaginiamo.
Quando il prezzo diventa l’unico criterio
Esiste un equivoco diffuso, quasi culturale: pensare che tra un materiale e un altro la differenza sia solo economica. Che uno valga l’altro. Che, al massimo, ciò che costa meno duri un po’ meno.
Non è così. E lo sappiamo da molto tempo.
Nel caso di Crans-Montana, la presenza di un materiale altamente infiammabile e capace di sprigionare gas tossici in un ambiente chiuso ha contribuito in modo decisivo all’esito drammatico dell’incendio. Se al suo posto fosse stato utilizzato un materiale ignifugo e atossico, oggi, forse, parleremmo di un incidente. Non di una strage.

Una lezione che l’Italia ha già pagato
In Italia questa consapevolezza ha un nome e una data: Cinema Statuto, Torino, 1983. Sessantaquattro persone morirono, non per le fiamme, ma per l’intossicazione causata dai fumi tossici sprigionati dai materiali di rivestimento.
Da allora sappiamo che il fumo uccide prima del fuoco. Che la tossicità dei materiali è spesso il vero nemico invisibile. Che la sicurezza non è un dettaglio tecnico, ma una scelta progettuale.
Eppure, a distanza di oltre quarant’anni, continuiamo a sottovalutare questo aspetto.

Dalle tragedie pubbliche alle scelte private
Pensiamo che questi temi riguardino solo grandi strutture, alberghi, cinema, edifici iconici. Non è così. Nelle nostre case entrano quotidianamente materiali che:
- bruciano facilmente;
- rilasciano gas tossici in caso di incendio;
- emettono sostanze nocive anche in condizioni normali.
Tinte murali ricche di VOC. Sigillanti e colle al solvente. Cappotti termici in materiale infiammabile, installati in migliaia di edifici durante il Superbonus senza una reale valutazione delle conseguenze. L’incendio della Torre del Moro a Milano lo ha dimostrato in modo inequivocabile: il materiale non è mai l’unica causa, ma può diventare un potente moltiplicatore del disastro.

Quando la scelta sbagliata nasce da una responsabilità che si divide
Va però detto con chiarezza: molto spesso nasce prima, a monte, da chi opera nel settore.
Accade che imprese o operatori, per impreparazione tecnica o per abitudine, propongano materiali meno prestanti perché più economici, più conosciuti, perché “si è sempre fatto cosi’”, più facili da collocare in un preventivo competitivo. Accade anche che la logica commerciale, per vincere la proposta, prenda il sopravvento sulla qualità della soluzione.
Non sempre c’è malafede. Spesso c’è mancanza di formazione, scarsa conoscenza delle normative sulla reazione al fuoco o sulla tossicità dei materiali. Ma il risultato non cambia.
C’è però anche un’altra verità, meno comoda ma necessaria: questa dinamica funziona perché trova un terreno fertile.
Accanto all’operatore che propone materiali meno prestanti per essere concorrenziale, esiste il committente che valuta la propria futura casa quasi esclusivamente in base al prezzo. Che confronta preventivi come se fossero listini identici. Che rinuncia a capire, ad approfondire, a chiedere perché un materiale costa di più.
Così il progetto smette di rispondere a bisogni reali quali sicurezza, salute, comfort, durata e diventa una semplice equazione economica. In questo spazio grigio si crea una corresponsabilità silenziosa: l’uno propone ciò che sa verrà accettato, l’altro sceglie ciò che costa meno perché convinto che “tanto è uguale”.
Ma non è mai uguale.

La casa non è un listino
Una casa, ma soprattutto la salute e la salubrità nonché l’incolumità di chi la abita, non può essere una somma di voci di spesa. È un sistema chiuso, un ecosistema abitato, dove aria, materiali, superfici e impianti convivono per decenni.
Scegliere un materiale significa decidere cosa respiriamo, come la casa reagisce in caso di incendio, che livello di sicurezza offre nel tempo. È qui che il ruolo del professionista diventa centrale: non scegliere per risparmiare, ma scegliere perché è giusto per quel contesto. Spiegare, confrontare, assumersi la responsabilità delle decisioni.
Perché una casa progettata solo sul prezzo non è una casa più economica. È una casa che, prima o poi, presenta il conto.

Ristrutturare non è mai stato solo Ristrutturare
La tragedia di Crans-Montana non è un fatto lontano. È un monito.
Ci ricorda che non esistono scelte neutre nell’abitare. Ogni materiale è una decisione. Ogni decisione ha conseguenze.
E questa consapevolezza non è moderna.
Già oltre duemila anni fa Vitruvio, architetto di Giulio Cesare, scriveva che l’architettura deve fondarsi su tre principi:
firmitas-utilitas-venustas.
solidità-funzionalità-bellezza.

La solidità prima di tutto. La sicurezza. La salubrità degli ambienti.
Ristrutturare casa non significa solo migliorarne l’aspetto o aumentarne il valore. Significa assumersi una responsabilità verso chi la abita oggi e verso chi la abiterà domani.
Perché una casa può essere bella. Può essere economica. Ma se non è sicura e salubre, non è una buona casa.
E questo, Vitruvio, ce lo aveva già insegnato.
«L’avidità è la radice di tutti i mali.»
(1 Timoteo 6:10)

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cristina ruggieri lavorgna & gianfranco scatigna architetti
